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venerdì 19 dicembre 2008

Andrea Vitali: Dopo lunga e penosa malattia

L'ho letto d'un fiato.
Dopo due romanzi così così, il dottor Vitali torna a deliziarci con un racconto lungo delizioso e godibilissimo. Questa volta il medico di Bellano non ha preso ispirazione tra le tombe del cimitero del paese, ma ha attinto direttamente dai necrologi sui muri: "dopo lunga e penosa malattia". Come al solito personaggi e situazioni narrati sono esemplari di una provincia nota e familiare, l'epoca sono quegli anni sessanta e settanta in cui in casa c'era un solo apparecchio telefonico nel corridoio e da fuori si telefonava a gettoni, quegli stessi anni di Una finestra vistalago e Un amore di zitella.

I personaggi questa volta hanno nomi comuni, così come comune è la patologia narrata: l'infarto al miocardio che stronca il notaio Galimberti e l'angina pectoris, anticamera dell'infarto, di cui soffre l'amico e protagonista dottor Lonati. Ma chi ha commissionato quello strano necrologio? Come mai vi si parla di assidue cure prestate all'amico dal dottor Lonati? E cosa sono le impronte di scarpe bagnate sul pavimento e la puzza di fritto? Che ruolo ha il farmacista (stranamente anonimo) che assomiglia a un domatore di leoni, a un macellaio o a un maitre d'hotel?

Attorno a questi misteri si snoda una vicenda tanto semplice quanto inattesa, con un finale a sorpresa. Infatti mi stavo chiedendo dove fossero finite le nostre forze dell'ordine.

domenica 23 marzo 2008

Andrea Vitali "Un amore di zitella"

Una sposina acida e un amore di zitella.

Iole Vergara, la protagonista di questo racconto lungo di Vitali si muove nel microcosmo di Bellano, dagli uffici comunali dove lavora come dattilografa, all’appartamento al secondo piano del condominio con vistalago ereditato dai genitori. Una vita piatta, senza slanci o grilli per la testa, in cui la massima aspirazione sembra essere quella di acquistare un televisore per seguire al festival di Sanremo Tony Renis e la sua “Quando, quando, quando”.

Deve vedersela però con l’invidia dell’astiosa collega Iride Rusconi, avida lettrice di romanzetti rosa divorati di nascosto sotto la scrivania, alla quale il capoufficio preferisce la Vergara per un incarico straordinario in vista delle elezioni amministrative. Il rancore di Iride continua ad aumentare e si sfoga sia nei confronti del segretario comunale Restelli, ammalato di prostata, che verso la collega che le ha sottratto una fonte di guadagno. La vendetta di Iride si concretizzerà in occasione del suo matrimonio al quale Iole non sarà invitata.

Ci pensa zia Ortensia, una vecchia amica di famiglia di Rapallo, a portare scompiglio. Iole, la nipote adottiva preferita, deve correre ad assisterla dopo un ricovero in ospedale, e la sua improvvisa partenza per la Riviera fa immaginare alla maligna collega chissà quali tresche nascoste. E come se non bastasse la candida Iole decide di essere superiore alla meschinità di Iride e risponde al mancato invito a nozze con una munifica edizione della Divina Commedia. Il biglietto d’accompagnamento recita: “Con i più sinceri auguri. Iole e … Dante”.

Ma chi sarà mai questo Dante? Quali segreti nasconde la pallida dattilografa? L’accanita lettrice di romanzetti non degna di uno sguardo i tre tomi rilegati in pelle e si mette ad indagare sulla vita privata della collega col tatto degno di un elefante. Pressata dall’invadenza di Iride, Iole non sa che dire e arrossisce. Nasce così nella sua immaginazione un misterioso corteggiatore genovese, che la porta ad una metamorfosi: fondotinta, profumo, camicetta nuova. Ancora una volta è zia Ortensia a portare scompiglio: Iole deve richiedere un permesso al capoufficio per accogliere alla stazione la vecchia zia, scatenando le illazioni e la malignità della collega.

Poche notti dopo però la vecchia zia si spegne gettando la timida Iole nella disperazione. Al dolore per la perdita si aggiunge l’imbarazzo, perché la bugia su Dante verrà sicuramente smascherata durante il funerale. Ma sarà proprio il burbero segretario comunale, al corrente di questa commedia degli equivoci, a salvare l’innocente segreto della sua dipendente.

giovedì 24 gennaio 2008

Andrea Vitali "Una finestra vistalago"



Per me è il migliore dei romanzi di Vitali. Come gli altri è ambientato nel microcosmo di Bellano, un paesotto sul lago di Como con tutte le caratteristiche e i pregiudizi della provincia lombarda. Mi ha avvinta fin dalle prime pagine: sarà perché sono cresciuta in un paese vistalago dove si respirava la stessa atmosfera del romanzo, sarà perché da ragazzina avevo conosciuto anch'io un Arrigoni Giuseppe (se non ricordo male era di Primaluna o di Cortenova in Valsassina) omonimo di uno dei tanti che popolano questo romanzo.

E' uno dei rari esempi di romanzo corale, in cui protagonista è l'intero paese, con i sui tipi e le sue macchiette più che i suoi abitanti: il dottor Tornabuoni, medico condotto emiliano ovviamente comunista. L'Eraldo Bonomi, l'unico militante locale del PSIUP, cornutissimo marito della bella Elena, importata già incinta direttamente dall'alluvione del Polesine dopo una gita organizzata dal sindacato e costretta a convivere con gli anziani genitori del marito e a respirare puzza di umidità e di minestra nell'angusto e cadente bilocale con la finestra vistalago. La sublimazione della tipizzazione la si raggiunge con Maria Grazia Perdicane, figlia ribelle dell'industrialotto locale, che al contrario della sorella Grazia (mi sono scompisciata dalle risate a pensare alle due Grazie e... alla terza sottintesa) rifiuta di studiare al severissimo liceo Manzoni preferendogli ragioneria e riesce a sposare il suo battellotto, Arrigoni Giuseppe per l'appunto.

Il romanzo è anche giocato sul filo sottile del doppiosenso. Ci ho messo un momento a capire quale fosse l'indicibile malattia che comincia per S di cui è affetto l'Arrigoni, che Maria Grazia si ostina a nascondere. E' qui che emerge la tutta la bravura del mestiere di Vitali, medico condotto al quale la gente sussurra senza dire i segreti inconfessabili, negati di fronte ai compaesani in sala d'aspetto ed anche al parroco don Giuseppe Arrigoni in confessionale.

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